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  /  Maria Stella Rasetti

Maria Stella Rasetti

Faccio la bibliotecaria da oltre trent’anni, e non avrei mai desiderato fare altro.

Nel 2014 ho scritto il libro “Bibliotecario, il mestiere più bello del mondo”: l’ho fatto per convincere gli altri che non c’è niente di meglio che fare il bibliotecario, stipendio a parte, se si ha uno spirito fortemente orientato alla cura delle persone e dei loro bisogni. E anche un po’ per convincere me stessa, appunto, di avere fatto la scelta migliore in assoluto, quando ormai sarebbe stato troppo tardi per dedicarsi ad altri mestieri e troppo presto per abbandonarsi ai trastulli della pensione.

Una ventina d’anni fa, Luigi Crocetti, un grande signore della biblioteconomia italiana, mi ha definito “un vero animale da biblioteca”: ed è esattamente così che mi sento ogni giorno.

Entro in biblioteca alle 9 del mattino e ne esco alle 7 di sera (a parte il periodo di lockdown, durante il quale ho chiamato “smart”, cioè furbo, cominciare a lavorare alle 8 del mattino e smettere alle 8 di sera), ma ho tantissime altre passioni da coltivare, oltre che una famiglia e una casa con due gatte di cui prendermi cura: con un po’ di fortuna e qualche aiuto domestico, riesco a far stare dentro tutto ciò che voglio in una giornata che vorrei fosse lunga 48 ore, ma che tale non è, purtroppo per i libri che non riesco a leggere, e che si accumulano sul mio comodino.

Ho lavorato in biblioteche di grandezza crescente, cominciando in una bibliotechina che stava in una stanza e finendo in una bibliotecona di 9.000 metri quadrati: il tempo è davvero galantuomo.

Ho dedicato tutte le mie energie a riflettere su quali fossero gli atteggiamenti più funzionali ad affrontare la quotidianità in biblioteca e ho provato ad adottarli (o a volte sono stati loro ad adottare me): resilienza, coopetizione, proattività flessibilità, problem solving, creatività, controllo interno, assertività, apertura al cambiamento, spirito innovativo, sguardo alla parte piena del bicchiere, capacità di negoziazione, desiderio profondo di partnership paritaria con gli altri, voglia di sperimentare, curiosità, atteggiamento beta-permanente, rifiuto delle certezze granitiche. Sul fronte della tecnica biblioteconomica, non so quasi più niente (avendolo saputo in gioventù), mentre so tutto di appalti, contratti, convenzioni, rapporti con i politici, gli sponsor, i volontari ed in generale “la comunità”.

Credo in una biblioteca che sia una risorsa attiva per la propria città e concepisco la città come un microcosmo pieno di risorse per la biblioteca. Ho sempre pensato che fosse importante investire molto nella relazione con gli amministratori e i colleghi dell’ente di riferimento, soprattutto con quelli che tengono i cordoni della borsa, facendo attenzione a non fare troppo la signorina-so-tutto-io, perché basta un niente per lasciarsi travolgere da uno sgambetto.

Mi sento molto attratta dall’approccio pragmatico dei colleghi delle biblioteche americane, che seguo da lontano (purtroppo) con grande interesse; quando David Lankes mi ha detto che la pensava esattamente come me su tutto (capito? Lui che la pensava come me…) mi sono sentita come fossi a Los Angeles, altro che Pistoia.

I loro racconti di successo e la loro forse ingenua fiducia nel futuro sono per me una continua fonte di ispirazione.

Ho lavorato con amministratori che sono andati dall’estrema sinistra all’estrema destra: con ciascuno di loro mi sono impegnata molto a costruire e mantenere un rapporto di fiducia ed ho provato a guardare alla biblioteca con i loro occhi, sapendo perfettamente che tali occhi sono diversi da quelli miei, degli utenti e degli altri cittadini.

Nessuno di loro ha mai nemmeno lontanamente pensato di tagliare sulla biblioteca: se la sarebbero vista decisamente brutta.

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